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mi sono perso a genova

Le città bisogna farsele spiegare da uno scrittore. Come ci siamo fatti spiegare Praga da John Banville, Barcellona da Manuel Vázquez Montalbán o Lisbona da José Saramago. Solo così riusciremo a capirci qualcosa, dimenticandoci di tutte le chiacchiere dei sociologi, degli urbanisti, degli architetti, degli economisti, dei politici, degli storici dell’arte, dei giornalisti, degli estensori di guide turistiche (di tutti noi che non siamo scrittori, cioè) capaci di cogliere, quando va bene, uno solo dei tanti strati che formano l’anima (e il corpo) di una città, senza venire a capo di niente. Se poi la città che vogliamo farci spiegare è la nostra, quella dove siamo nati e dove viviamo da diversi decenni e che sempre più spesso sembra sfuggirci, diventare diversa da quella che credevamo di conoscere, trasformarsi ma non sappiamo bene come, meglio rivolgerci a un grande scrittore, che abbia tempo, voglia e energie da dedicarci. Se infine il grande scrittore è in stato di grazia, se è in una di quelle giornate (in uno di quei libri) dove non sbaglia un aggettivo neanche a pagarlo, se è leggero, rapido, esatto, visibile, molteplice e compatto, allora la spiegazione (il libro) diventa una di quelle che non scorderemo a lungo. Maurizio Maggiani è un grande scrittore e quando ha scritto (pensato, fotografato) Mi sono perso a Genova. Una guida (Feltrinelli, pp. 91, euro 19,50) era in evidente stato di grazia. Naturalmente Maggiani partiva avvantaggiato. Intanto non è genovese, e poi Genova lui da bambino se la sognava, con corso Europa, il Gaslini, capo Santa Chiara, e tutto, a sette anni, dopo averla vista per la prima volta. Così è più facile, poi, da grandi, spiegarla agli altri. Da quel primo (1958) epico viaggio da Castelnuovo Magra, in Topolino attraverso i tornanti del muro del Bracco, impenetrabile trincea orientale a protezione della genovesità, Maggiani Genova ha sempre continuato a sognarla e poi l’ha imparata camminandola, ascoltandola in silenzio, guardandola con i suoi occhi solo apparentemente difettosi e anche con gli occhi degli altri (il fotografo Giorgio Bergami, l’architetto Aristo Ciruzzi, suoi traghettatori in città), andandosene e tornando (così si imparano bene le cose, non solo le città, entrandoci e uscendone), cambiando case e quartieri, innamorandosi e lavorando, adesso vivendoci definitivamente, probabilmente per raccontarla. A Genova Maggiani aveva già ambientato la prima parte di uno dei suoi grandi romanzi (La regina disadorna, dieci anni fa), ne era uscito un affresco mirabile che molto spiegava della città, ma l’occhio e il cuore erano puntati solo sulla città vecchia, sul suo porto nei primi anni del secolo scorso. Questa volta l’obiettivo, un grandangolo più grande di un abbraccio, è messo a fuoco su tutta la città, da Nervi a Voltri, dal roseto dei Parchi, fino alla sterminata Amazzonia del leggendario, inesplorato Ponente. Per arrivare alla rivelazione finale, quella che libera la città dalla malinconica retorica di contenere il centro storico più grande d’Europa, e cioè che il centro storico di Genova è mobile, è dovunque: nell’Arcone che sostiene la Passeggiata di Nervi, dove l’antica e potente congregazione dei pescatori per diletto hanno stabilito la loro chiesa, come nella Marinella, unico caffè-ristorante al mondo esposto a tramontana e libecciate, a piombo sul mare blu cobalto; nella vigna e nelle rose che i ferrovieri fanno crescere oltre il binario 11 della stazione di Brignole come nei travi d’acciaio sospesi, nei labirinti sotterranei e negli spigoli appuntiti di Corte Lambruschini; nella definitiva bellezza di piazza Sant’Anna (“la più sghemba, verdeggiante, complicata, segreta e dolcemente intima piazza d’Italia”) come nei piedi mangiucchiati e negli occhi stanchi della Madonna del Gazzo; nel gasometro di Campi che per decenni ha convissuto con il frontone neoclassico di Villa Bombrini (“Genova non è mai una cosa sola, ma sempre due cose assieme, o tre, o quattro”), come nella steppa secca ai piedi del Fratello Minore e del Fratello Maggiore, dominio della libera nazione dei sardi di Genova. Maggiani ha imparato bene Genova e sa spiegarla benissimo, e forse spiega ancora meglio i genovesi. Il che forse potrà creare nei lettori cittadini alcuni fastidi, soprattutto al pensiero che ci sia stato qualcuno, in tutti questi anni, ad averci guardati così da vicino e così in profondità, senza farsene accorgere. Gli abitanti di Genova di Assarotti, Palestro, Peschiera, Magenta e Firenze (“oggi come ieri, i maschi meno furbi saranno lasciati alla politica, i migliori a caricarsi il peso del luteranesimo famigliare”) e gli abitanti di Genova che alla notte non riescono a dormire, i pensionati che scendono in strada prima dell’alba, con un giubbotto addosso, e si addolciscono solo davanti al mare e “ogni tanto li vedi che fanno coppia, sulla spalletta della Fascia di Rispetto, sul pettine di Quarto, sui moletti al Cembalo, sugli scogli di Sturla, seduti uno accanto all’altro, lo sguardo puntato sul mare”. Ma al massimo sarà un fastidio di poco momento, visto che a tutti loro, e a tutti noi, Maggiani avrà spiegato, con il sogno, il ricordo e il racconto, vale a dire con i ferri del mestiere dello scrittore, le ragioni per continuare a vivere a Genova.

la rubrica Cavoli a merenda compare settimanalmente sull'edizione genovese de "la Repubblica"


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