D'amore e di ragione, parliamo con LAURA BOSIO del suo ultimo libro

 

E' appena uscito il suo D'amore e di ragione. Donne e spiritualità (Laterza, i libri del «Festival della mente»). Ne parliamo con LAURA BOSIO.

La spiritualità, al di là delle fedi religiose, è stata una perdita sensibile, almeno a livello diffuso, dell’età novecentesca. Adesso, in un’epoca in cui le ideologie sono entrate in crisi nella loro pretesa di configurarsi come fede laica e in cui chiese e istituzioni appaiono sempre più arroccate nella difesa dei propri privilegi, la spiritualità può riacquistare un senso nuovo?

Mi chiedi che cos’è per me spiritualità? È spazio, direi, respiro interiore, che sono la condizione perché esista il rapporto con sé e con gli altri, e perché l’esperienza, e il pensiero che la rielabora, siano sottratti all’asfissia. In questo spazio l’”io”, l’io narcisistico e autoriferito che è la fonte di molti nostri guai, riesce ad aprirsi, lasciando cadere i muri dove si trincera e si gonfia. E finalmente, le parole dette e ascoltate, le parole scambiate, acquistano un suono più nitido, più forte: rimangono, riverberano, con ricadute non soltanto personali, ma sociali, niente affatto intimistiche. Le certezze stratificate, il già visto e già conosciuto, si assottigliano, a poco a poco svaniscono, e si rischiano nuovi mondi, nuovi linguaggi, nuovi orizzonti. È quello che fanno le donne, filosofe, poetesse, scrittrici, mistiche, che ho riunito in questo libro.

Solo le donne? E gli uomini?

Elémire Zolla, muovendosi controcorrente, diceva che gli esseri spirituali sono candidati a diventare “eroi del nostro tempo”, duttili, leggeri, disposti a spostarsi in altri livelli di esistenza: né uomini né donne, più di quanto siano bianchi o neri, eterosessuali o omosessuali, vecchi o giovani. Ma le donne, contro la loro proverbiale attitudine a parlare, sono state così a lungo silenziose, inascoltate… Verso la loro interiorità si è sempre avuto un qualche rispetto, purché rimanesse nei confini di quel corpo dove la società le aveva segregate, esiliate dentro se stesse. Ma proprio lì, in quell’interiorità e in quel corpo che la necessità di sopravvivere ha reso plurale, c’era altro da scoprire, e c’è ancora…

Per il tuo “museo immaginario” (è giusta la definizione?) perché hai scelto proprio questi testi e queste autrici?

Sì, è così, mi piace immaginare un “museo” dove alle pareti non sono esposti dipinti ma parole, e ogni voce risuona con la vicina e con quelle delle altre stanze… Voci bellissime, limpide e concrete, di donne come Saffo o Eloisa, Chiara d’Assisi o Ildegarda di Bingen, Rabi’a o Ma gcig, Jane Austen o Marina Cvetaeva, Teresa d’Avila o Elsa Morante, associate con libertà in un percorso sovrastorico che attraversa tutti i tempi e le religioni. I loro testi sono di per sé importanti, sul piano del linguaggio, dell’invenzione, del pensiero, e molti altri si potrebbero aggiungere. Questo libro non vuole essere affatto un punto d’arrivo: è una ricerca in corso, un mosaico al quale ciascuno può aggiungere tessere, sia nei testi selezionati sia in quelli proposti nella bibliografia, dove mancano per esempio filosofi e filosofe, teologi e teologhe. Ma il mio percorso non ha pretese di entrare nel dibattito filosofico e teologico: sono spunti, echi, voci di donna secondo me da ascoltare.

In apertura, però, hai messo un cenno alla “perdita” della spiritualità e del sacro…

Già, e ho pure intitolato l’introduzione “La spiritualità necessaria”. L’ho fatto, con provocazione sorridente, perché ne sono convinta. Non a caso da anni – e ben oltre i tentativi di spiegazioni ultime basate su piramidi, cabale e costellazioni, o i bisogni di conforto – si ragiona su questi temi in libri, convegni, festival, con interventi che riflettono sui significati del dono, del gesto gratuito, delle azioni che non aspettano nulla in cambio, attraverso punti di vista diversi, esistenziale, economico, artistico, ma con un unico sguardo: quello di chi vede nel rapporto con l’altro un’occasione vitale che dà significato. 

Uno dei testi che preferisci tra quelli raccolti?

Questi versi di Emily Dickinson: “Che grande noia essere qualcuno! / Quanto volgare dire il tuo nome / per tutto giugno – come fa la rana – / a un pantano che ti ammira”.

 

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Pubblicato il 02/04/2012
 
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