Carmine Abate

 

Carmine Abate è nato a Carfizzi, un paese di origine albanese in Calabria, ed è emigrato da giovane in Germania. Oggi vive in Trentino, dove insegna. Ha pubblicato, tra l'altro, la raccolta di racconti Il muro dei muri (Argo, 1993) e La moto di Scanderbeg (Fazi 1999, Premio Crotone 1999, L. Bigiaretti 2000, L. Sciascia 2001), Il ballo tondo (Fazi 2000) premio internazionale dei lettori Arge Alp 2001), Tra due mari (Mondadori 2002, Oscar Mondadori 2005) che ha vinto numerosi premi, fra cui Società dei Lettori di Lucca,  Domenico Rea -  Ischia,  Matelica -  L.Bigiaretti,  Premio internazionale Fenice Europa, La festa del ritorno (Mondadori), Premio selezione Campiello 2004, Premio Napoli, Premio Corrado Alvaro. Il mosaico del tempo grande (Mondadori), ora in edizione Oscar, come La moto di Scanderbeg, Gli anni veloci  e Vivere per addizione e altri viaggi (Mondadori), La collina del vento (Mondadori), La felicità dell'attesa (Mondadori), Il banchetto di nozze e altri sapori (Mondadori) e la raccolta poetica Terre di andata (Il Maestrale).
I suoi romanzi sono tradotti in molti paesi.

L'ultimo libro di Carmine Abate è Le rughe del sorriso (Mondadori).

 
Così la stampa su Carmine Abate:

Rispetto ai precedenti romanzi, Carmine Abate compie un salto coraggioso. Il lettore riconosce i tipici aspetti che avevano spianato il successo al Mosaico del tempo grande (2006) o alla Festa del ritorno (2004) o a Tra due mari (2002): il sapiente impasto verbale, l’abilità nel caratterizzare con mimesi collaudata personaggi e luoghi, la misura nel rappresentare sentimenti e legami familiari senza sbavature o forzature. Il miracolo si ripete anche in questo libro, limpido nella scrittura, perfetto nell’equilibrio stilistico, travolgente nel declinare un originale canzoniere d’amore.

Giuseppe Lupo, Il Mattino

Un romanzo ben fatto e ben scritto... un gioco di suspense gestito linguisticamente con equilibrata screziatura espressiva... Nel segno d'una tenerezza che rende vivi e concreti tutti i personaggi.

Ermanno Paccagnini, Corriere della Sera



Il romanzo di Carmine Abate “Gli anni veloci” ci svela una Calabria necessaria – ricostruita con un intenso impasto linguistico anche dialettale – solare come questa storia… un romanzo fresco e disinvolto, che si chiude su un sorriso. Il nostro.

Sergio Pent, La Stampa Tuttolibri



Un’opera, questa, che merita l’attenzio ne dei lettori, giudici diretti e imparziali che riconosceranno in essa, assaporan do il piacere dell’attenzione alla pagina, alla storia e ai personaggi, i segni della letteratura vera, quella duratura.

Domenico Cacopardo, La Gazzetta di Parma



Il romanzo di Carmine Abate corre con una leggerezza e una grazia ammirevoli. La melodia cantabile si fonde assai bene con amorose memorie e rimpianti, fatti e personaggi. Azzeccare, con una tematica del genere, la sigla stilistica che garantisce una singolare novità non è impresa da poco.

Alberto Bevilacqua, Sorrisi e Canzoni TV



Una narrazione coinvolgente… una sincerità linguistica che avrà richiesto fatica e coraggio, poiché nel romanzo si accosta la lingua saporita del dialetto alle raffinatezze della narrazione…

Il romanzo è più di ogni altra cosa un mosaico di amori e passioni, di miti e figure di straordinaria umanità, come quella di Capocolò...

Le pagine del romanzo, in un gioco letterario che coinvolge e somiglia al veloce cambio di registro nelle scene teatrali, alternano con sapiente rapidità i piani temporali del presente e del passato, racchiudendoli in un'avvincente storia.

Domenico Nunnari, La Gazzetta del Sud



Storia dell'amore tra un aspirante atleta e una ammiratrice di Lucio Battisti, il nuovo romanzo di Carmine Abate può probabilmente essere considerato il libro della maturità dell'autore di romanzi di successo come «Il mosaico del tempo grande» o «La festa del ritorno». Innanzittutto va sottolineata la capacità, ormai magistrale, di armonizzare il percorso tutto sommato lineare della trama con quello ondivago della memoria… la struttura del romanzo diventa aerea e impalpabile, preparando il magnifico finale, che ha il sapore di una moralità vissuta, icasticamente rappresentata in una indimenticabile immagine di convivialità familiare.

Guido Caserza, La Sicilia



Non manco un appuntamento con Carmine Abate che trovo, tra gli scrittori italiani di lingua mescidata, uno dei più originali e inventivi. … il romanzo di Abate m’è piaciuto… scorrono, luminosi, “gli anni veloci”: quelli dell’apprendistato alla vita e di un amore che nasce, struggente e difficile, tra un ragazzo e una ragazza… Abate è abile nell’intrecciare i fili della storia su due piani temporali in continua alternanza: non senza pagine commoventi. Dove Anna ci si consegna come un personaggio indimenticabile.

Massimo Onofri, Avvenire



Queste sono pagine che bucano il cuore. … Nel racconto di Abate, ci sono soprattutto gli anni ’70, questa volta fatti più di tenerezza che di piombo, l'unica parola che oggi si usa per descrivere quella stagione e che invece ne indica solo il protagonista spietato, tralasciandone tutti gli altri. Come Nicola e Anna, ma anche Lucio e Rino, testimoniano.

Valerio Piccioni, La Gazzetta dello Sport.it



Quello che stupisce di più nella scrittura di Carmine Abate è il meccanismo perfetto con cui si sviluppa la storia, in un incessante rimando a piani temporali diversi, in cui il presente e il passato si intrecciano e la narrazione ha il ritmo che ti trascina fino al finale a sorpresa. … Molti giovani dei Settanta rivivranno i miti musicali e i sogni di cambiare il mondo che Abate racconta, ma è probabile che molti adolescenti di oggi si riconoscano nel desiderio di comunicare e di emulare i propri idoli.

Sandra Mattei, Trentino
 


così la stampa su Il mosaico del tempo grande :


"A moving portrayal of generational continuity, subtly fashioned as an enigmatic tale whose knottiest puzzles lay claim to and enhance the reader’s fascination."
Kirkus Reviews


“Un intenso, suggestivo romanzo, scritto con maestria e controvento”
Roberto Barbolini, Panorama

“Probabilmente è il romanzo della sua maturità: in Il mosaico del tempo grande Carmine Abate dà sfoggio di una completa padronanza delle tecniche narrative… Disseminando la narrazione di elementi topici (l’oro perduto del paese, il pugnale di Scanderbeg) l’autore instilla nel lettore alcune attese… Prima con i modi del romanzo storico e d’amore, poi con la struttura del giallo, Abate affabula il lettore, lo strega con quella malìa dell’intreccio che è propria dei narratori puri.”
Il Mattino, Guido Caserza

"Uno scrittore di luce piena… La storia di cinque generazioni, sempre salvate dall’amore delle loro donne… un miracoloso equilibrio linguistico… Lezione di attualità per un’Europa dimentica di sé e, per questo, terrorizzata dall’Altro"
Paolo Pegoraro, Letture

“La nuova storia di Carmine Abate non tradisce il lettore, anzi conferma che questo narratore è uno dei migliori scrittori italiani della sua generazione… uno scrittore che lavora in profondità, dove la fondazione e l’invenzione del mito serve a spiegare i fatti e i comportamenti di oggi, della nostra quotidianità”.
Guido Conti, ItaliaOggi

“Con Carmine Abate l'anno editoriale si apre con un'opera di letteratura vera, di un genere che coinvolge i lettori … Il piacere del leggere e dello scrivere trova un protagonista collaudato e duraturo”.
Domenico Cacopardo, Stilos

“Abate racconta soltanto, ma dal suo racconto emerge la peculiarità di un mondo assolutamente originale. … Abate, con questo suo nuovo romanzo, continua a scandagliare nella sua identità, ma il suo sguardo va ben oltre, cioè nelle pieghe di una intera comunità. … Il romanzo è anche una bella storia d'amore tra un discendente di Damis e Laura. E in mezzo c'è il ricordo del passato, i gommoni del presente, e le avventure di una comunità...”
Giuseppe Bonura, Avvenire

“Scrittore che concentra molto la sua attenzione sul linguaggio più che sull’azione narrativa, Abate fornisce la sua migliore prova letteraria, in bilico fra nostalgia e fallimento, fra immigrazione e identità vanamente perseguita.”
Walter Mauro, Il Tempo

“E’ un romanzo molto bello e seducente, caldo. Anzi, caldissimo, e ne senti le vampate appena ti avvicini ai personaggi. … Il libro è scritto con grande sapienza, linguaggio ricercato, costruito in modo preciso. Ricorda un edificio forse non molto avveniristico ma solido e dalle forme sinuose, immerso nella luce della giornata che finisce, le finestre che si accendono e spengono in modo misterioso, in forme inaspettate, dando la netta sensazione che all’interno si svolgano vite reali, lontane dallo spettacolo artificiale e mediatico che molte narrazioni di oggi esaltano troppo spesso… un “realismo magico” alla Marquez che intreccia con grande abilità e sentimento i destini dei singoli personaggi con quelli di una comunità sempre presente, sopra e sotto, tutto intorno. Una capacità che Abate manipola senza retorica e con originale tessitura, strappando al lettore complici emozioni.”
Luca Coser, Corriere del Trentino

“Un bellissimo libro, che si legge tutto d’un fiato. Un po’ romanzo di formazione, arricchito dalle tinte del romanzo storico e del giallo, l’ultimo libro di Abate è in realtà una grande composizione di storie tramandate da generazioni…”
Arturo Zilli, Corriere dell’Alto Adige

 


Un recente profilo di Carmine Abate da "Il Mucchio Selvaggio" (ottobre 2006) di Gianluca Veltri:

È tutta una questione di sguardo. Non fosse emigrato prima in Germania e poi in Trentino, dove vive, difficilmente Carmine Abate avrebbe inventato il ciclo di Hora. Elogio (letterario) dell’emigrazione, forse. Non sarebbe riuscito a stabilire la distanza giusta tra sé e quel microcosmo: il paese sulla collina, la campagna riarsa, i boschi di lecci, le ginestre, gli oleandri, gli ulivi, le viti, l’afa densa dell’estate. L’invidia malcelata dei vicini, le feste, la povertà e le provviste alimentari. Terra avara e traditora, dove però i fichi nascono anche sui muri delle case vecchie.
Hora esiste, anche se nella realtà si chiama Carfizzi, il paese natale di Abate. È un centro arbëresh in provincia di Crotone, la Kona, le stradicciole delimitate da cardi polverosi, la piazza inzuppata dal sole, sulla collina s’incrociano i venti dalla Sila e dal mare Jonio. Un tempo infinito che scorre lento, racchiuso tra il grande fuoco di Natale e la festa di Santa Veneranda a fine luglio. Hora/Carfizzi, che si rianima alla Festa del ritorno, quando riapprodano per le vacanze estive gli emigranti, è abitata dai discendenti degli albanesi che 500 anni fa, dopo la morte del condottiero Skanderbeg, sfuggirono ai turchi rifugiandosi in Calabria e in altre regioni dell’Italia meridionale. Gli arbëresh hanno conservato la loro lingua, un albanese antico calabresizzato, e la fiducia nella loro memoria, pur non rinunciando a integrarsi nella terra che li ha ospitati.
Abate è il cantore delle diaspore e della necessità di non disperdere il proprio passato. Perché gli abitanti della piccola Arbëria sono marcati da un doppio destino di lontananza: i loro nuclei nascono dall’esilio, dalla fuga. Ma queste comunità sono a loro volta decimate dall’emigrazione. Paesi costruiti da profughi fuggiaschi che si svuotano e assumono il profilo del distacco tra gli emigranti e le loro famiglie, i parenti, il vicinato.
Una diaspora al quadrato.
Tutto questo perché sia più chiaro il mondo di riferimento dello scrittore di Carfizzi. Ma nei libri di Abate, pluritradotti e pluripremiati, non troverete né sociologia, né l’edulcorazione di un passato da beatificare, né tanto meno il lamento meridionale per la povertà e la lontananza. Niente di tutto questo.
Abate ha eletto come metodo quello che lui chiama lo sguardo di mezzo. Finché viveva in Germania, lo scrittore avvertiva eccessiva distanza dai luoghi natali. Poi prese una cartina geografica e decise: il punto ideale a metà strada tra Amburgo e Scarfizzi era un paesello valligiano del Trentino. Da lì, Abate guarda alle cose di Hora con occhio tenero e obiettivo, non troppo doloroso ma neanche avulso, con una dose di nostalgia che non diventa struggimento. Hora, nei giudizi degli osservatori, è una sorta di Macondo marqueziana trasferita nel Marchesato crotonese. Un mondo mitizzato in narrazioni epiche, saghe famigliari che si inseriscono dentro pieghe di secoli, tremolante tra la storia, le tramandazioni orali e la leggenda del Moti i Madh, il Tempo grande.
Più che a Marquez però – che Abate confessa di non aver letto, prima, andandolo a scoprire poi – l’accostamento più appropriato della via calabro-arbëresh al realismo magico è con Salman Rushdie. Si reinventa una comunità, senza ricorrere a una mitologia esterna, ma trasfigurandone gli eventi. Sopra i fatti tramandati e macinati dalle rapsodie costanti dei cantori, dall’ipnotica affabulazione degli anziani, c’è l’ala di un passato che non è di pietra, che va fatto proprio di continuo. Abate, con parole di Elias Canetti, si definisce scrittore in quanto “custode della metamorfosi”: aperto verso il futuro, perché altrimenti il suo ruolo sarebbe solo museale. Come Rushdie, Abate ha trovato una nuova casa lontano da dove è nato, ma ha anche dovuto cambiare lingua: parlava in una, scrive in un’altra (l’arbëresh starebbe così all’indiano come l’italiano all’inglese). Ma non si può dire tout court che Abate scriva in italiano; piuttosto che ha inventato una nuova lingua letteraria, qualcosa che prima non esisteva. Una lingua mescidata, per Massimo Onofri, prevalentemente italiana, ma con una costruzione che risente della lingua madre, ricca di un’immediatezza vivida che l’italiano letterario non possiede, infarcita di arbëresh nonché di dialetto calabrese. Le parole arbëresh s’impigliano nella pagina; quand’è così significa che quell’espressione non è traducibile in italiano. Un pezzo di Hora ha attraversato lo sguardo di mezzo e si è sistemato nel racconto.
È evidente che un elemento cruciale dei romanzi di Abate sia l’identità. Nell’ultimo romanzo Il mosaico del tempo grande si rievocano le gesta dei padri fondatori della piccola Arbëria, quando i primi profughi trovarono rifugio nelle terre calabresi, senza abbandonare la speranza di tornare in Albania, come ogni esule. Abate fa dire al papàs, il capo carismatico della comunità: “Ormai questa terra è anche la nostra. I nostri figli e nipoti hanno bisogno di certezze e sogni, di sentire i loro piedi su una terra amica”. È istruttiva la visione autorevole degli avi, rivista alla luce dell’emigrazione: la ricerca della stabilità e la necessità di fare pace con la realtà prevalgano sull’ostinazione della malinconia.
“Per i tedeschi io ero naturalmente uno straniero”, racconta Abate riferendosi alla sua esperienza di emigrante. “Per gli altri stranieri che vivevano là, ero un italiano. Per gli italiani emigrati in Germania, i cosiddetti germanesi, ero un meridionale. Per gli altri meridionali, un calabrese. Per i calabresi, un ghiègghio, cioè un arbëresh. E infine per i miei compaesani, quando ritornavo da loro, ero un germanese”.
Ognuno è una somma di identità, non ci esauriamo in una sola appartenenza: sarebbe (ed è) l’idiozia dell’intolleranza, sarebbero le classificazioni care agli ultrà dello scontro di civiltà. Lo scrittore e i suoi personaggi sono spugne, pronte ad acquisire radici nuove che si intrecciano alle radici vecchie. Sono arbëresh, sono calabresi, sono italiani, sono germanesi, sono meridionali, sono ghiègghi. Sono il frutto di un patrimonio luminoso e traumatico di rapsodie e storie e leggende che non si è perduto; sono uomini e donne, e giovani, in cerca di un posto nel mondo. Non sono soli, perché hanno il respiro dell’epica dietro di loro. È “l’uomo a più identità” che auspica anche il Premio Nobel Amartya Sen.
Abate è uno scrittore del tutto atipico nel panorama per lo più minimalista della letteratura italiana: sospesi tra la mitologia del passato e la crudezza contadina, i suoi romanzi sono intarsiati tra fascinose intermittenze spazio-temporali, pieni di andirivieni e incastri. Trovi le citazioni della musica leggera, le lotte per gli espropri agrari, nomi di persone reali contemporanee, segni dell’attualità, ma la sua è una letteratura che tende ad affrancarsi dai legami del presente storico. Perché è epica. Si può dire che con i cinque romanzi fin qui pubblicati, lo scrittore calabrese stia componendo un ciclo di Hora unico, conchiuso. Un corpus rapsodico compatto. La festa del ritorno è il mondo visto dalla parte di un bambino: la vita scandita dai ritorni annuali del padre a Hora, l’ombra di un futuro incomprensibile. “Mia madre mi faceva la testa acqua con questa storia della vita di sacrifici che mio padre sopportava in Francia per tutti noi, per il nostro futuro. Solo che non potevo accettarla, questa storia. La trovavo ingiusta e crudele. Il futuro, per un bambino, è una parola vuota”. La nostalgia non è solo dell’emigrante che, auspica Abate, è in grado di costruire una rete di relazioni e di identità nel nuovo mondo; la nostalgia è anche quella di luoghi mai visti, radici negate, tempo perduto, padri assenti. Affresco famigliare contadino perfetto è Il ballo tondo: la famiglia del Mericano, cosiddetto per il suo viaggio in America (che si rivelerà millantato) sulla tomba del padre. Mericano di soprannome, ma in realtà germanese. I primi viaggi in treno sono massacranti; poi comincia a tornare in Mercedes. Anche qui il punto di osservazione scelto è quello del figlio più piccolo.
I padri di Hora sono enormi, forse perché visti dal basso, dall’occhio dei figli che li aspettano per mesi e mesi al paese. Sono padri alla Tim Burton, stile Big Fish, per l’enfatica capacità di riempire ogni spazio: il padre minatore de La festa del ritorno; il Mericano che lavora in una fabbrica tedesca; lo Skanderbeg ribelle e fiero – “mio padre era forte, il più forte di tutti” – morto quando il figlio aveva otto anni e idealizzato, ne La moto di Skanderbeg. Ma in fondo anche Giorgio Bellusci e Antonio Damis, le figure maggiori che si stagliano in Tra due mari e Il mosaico del tempo grande, sono, d’anagrafe e metafora, padri. Tornano, inondano di sé la casa e il paese, i calendari di laggiù sono regolati sui loro ritorni.
Quando arriva il Mericano dalla Germania, dai suoi valigioni sgorgano cravatte a pois, cioccolate squagliate per il caldo, sigarette, camicie di nylon. Quando arriva il Mericano, si riversano nella sua casa da tutti i vicoli di Hora. “Il Mericano aveva questo potere da mago: faceva sparire i problemi, li soffocava con la sua presenza fisica”. I padri di Hora vanno cercati, aspettati, sono inquieti e magniloquenti, impazienti, hanno occhi famelici e ardenti.
L’arrivo di Antonio Damis viene atteso per tutto il libro (Il mosaico del tempo grande): è il padre di Laura, una ragazza giunta dall’Olanda a Hora. Abate costruisce attorno a lui un meccanismo di suspence degno di un thriller, dicendo e non dicendo, confondendo il lettore con continui rimandi cronologici e sfalsamenti. Sono padri impetuosi e fragili, attaccati a un sogno che è un ritorno e un cimento da completare: quello di Giorgio Belluscio, in Tra due mari, è di restaurare il Fondaco del Fico, una locanda in rovina da cui passò Alexandre Dumas. Il sogno del Mericano (ne Il ballo tondo) è sistemare due figlie femmine e ristrutturare “il castello più piccolo del mondo” che ha acquistato dai nobili del feudo. Il cimento del padre in La moto di Skanderbeg è quello di “capovolgere il mondo”, per renderlo più giusto. E il compito di Gojari, il mosaicista (padre morale) che compone la storia in Il mosaico del tempo grande per icone da giustapporre, è completare la rapsodia che ci salda al tempo dei fondatori: “se il tempo sembra essersi bloccato lì, se fra allora e oggi c’è un vuoto di memoria, noi abbiamo il dovere di riempirlo e andare avanti”.


Hanno detto di Carmine Abate:

“La nuova storia di Carmine Abate non tradisce il lettore, anzi conferma che questo narratore è uno dei migliori scrittori italiani della sua generazione… uno scrittore che lavora in profondità, dove la fondazione e l’invenzione del mito serve a spiegare i fatti e i comportamenti di oggi, della nostra quotidianità”.
ItaliaOggi

“Abate racconta soltanto, ma dal suo racconto emerge la peculiarità di un mondo assolutamente originale… Abate, con questo suo nuovo romanzo, continua a scandagliare nella sua identità, ma il suo sguardo va ben oltre, cioè nelle pieghe di una intera comunità… Il romanzo è anche una bella storia d'amore tra un discendente di Damis e Laura. E in mezzo c'è il ricordo del passato, i gommoni del presente, e le avventure di una comunità” Avvenire


"Con Tra due mari Abate ci dà il suo romanzo più complesso e maturo. Un romanzo al tempo stesso mosso e sospeso: insieme d'avventura e poesia con una ricca serie di personaggi vivi, amorevolmente cesellati".
Ermanno Paccagnini, Corriere della Sera

"Un romanzo che si raccomanda di leggere. Perché in queste pagine scritte con impeto e con una gioia viscerale di raccontare, la storia testata, l'immaginazione narrativa, i ricordi di famiglia e i paesaggi interiori si incrociano, si confondono l'uno nell'altro. Ed è, in un romanzo, una gran cosa".
Mario Santagostini, Il Giornale

"Carmine Abate non delude mai. Ogni suo romanzo è una gran scoperta. Chi aveva apprezzato La moto di Skanderbeg e il Ballo tondo (editi da Fazi, ora tradotti in Francia e Germania) ritroverà la stessa intensa capacità affabulatoria. Abate è narratore puro, che canta più che scrivere. E così incanta il lettore".
Roberto Carnero, Famiglia cristiana

"Singolare attitudine a sollevare i personaggi entro un cielo di leggenda straordinario ottimismo biologico che Abate sa tradurre in avventura, espansione vitale e pura gioia di movimento: festa della scrittura".
Massimo Onofri, Il Diario

"Pur essendo un romanzo realista, l'opera di Abate rinvia alle atmosfere magiche di Cent'anni di solitudine . Il risultato è un libro piacevole, che possiede la leggerezza e la rapidità di una fiaba. Abate ha una mano felice; narra attraverso rapide immagini che attingono per ritmo e intensità emotiva all'universo della poesia; gli preme soprattutto una cosa: riprodurre l'incanto odoroso e tattile dei ricordi. E in questo riesce bene".
Marco Belpoliti, L'Espresso

"Uno scrittore di punta, autore di un romanzo godibile al quale dedicare più di una lettura, tanti sono i particolari e i passaggi da gustare".
Domenico Cacopardo, L'Unità

"Questo affascinante romanzo, complesso nella dinamica e nello sviluppo dei sentimenti, si regge sulla scrittura di Carmine Abate, secca quanto basta, impastata con il sole e con l'arsura della sua terra".
Fulvio Panzeri, Avvenire

"Se con Il ballo tondo (1991) e ne La moto di Scanderbeg (1999) aveva narrato il suo mondo di albanese d'Italia, con Tra due mari si distanzia da quella scena senza però abbandonare la traccia della saga familiare: quasi a voler sancire la fine della sua formazione e a inaugurare, pur in coerenza, la maturità della sua pagina. L'esito dell'impresa rende l'intensità della fatica, puntellata da episodi di pura e leggera poesia, di esposizione tenera di sentimenti dalla passione autentica. Come la pagina di Carmine Abate".
Generoso Picone, Il mattino

"Una prosa sicura, linguisticamente controllata e pervasa da un¹intonazione complessa, in cui gli oggetti, le figure e il paesaggio convergono in una miscela di intrigo e di riflessione".
Giuseppe Amoroso, Letture

" Carmine Abate si conferma scrittore di confine, eccentrico: non uno sperimentatore, ma un appassionante narratore di storie mediterranee la rappresentazione dell'Eros, la nascita del sentimento amoroso, ed insieme l'ombra di Thanatos, la realtà brutale di una terra insanguinata, raggiungono in questo libro gli orizzonti della maturità e fanno di Abate uno scrittore di raro talento".
Alberto Cavaglion, L'Indice

"Un romanzo che vince nelle sue intenzioni di parabola dei grandi sogni dell¹uomo, e sa recuperare con estrema partecipazione la necessità sempre più impellente delle tradizioni, in una sorta di realismo magico".
Sergio Pent, La Stampa

"La scrittura è semplicemente affascinante: secca, ma fluida, scandita da una musica che accompagna le vicende. E il libro ha tutte le carte in regola per far conoscere, ancor di più, in Italia e all´estero Carmine Abate".
Gigi Zoppello, l'Adige

"Mai come in questo libro Abate si lascia e ci fa prendere dal piacere della fabulazione che scorre fluida come un racconto orale e dal gusto dell¹intreccio. Ma forse il pregio maggiore di Tra due mari sta nella vivacità descrittiva di caratteri e luoghi, essendo il romanzo un grande arazzo paesaggistico rurale di forte pregnanza evocativa. C'è scialo di profumi, sapori, aromi. C'è tutto il calore, la vivacità di un Sud passionale e sanguigno. Per non parlare della corporeità sensuale che traspare con naturalezza dal comportamento dei vari personaggi che affollano questo romanzo così segnato dalla presenza del sesso inteso quale sana espressione vitale (Si mangia bene e si fotte benissimo)".
Francesco Roat, Reset, Caffè Europa

"I personaggi del romanzo vivono amori, passioni, tragedie e violenze, legate dal filo di una narrazione polifonica, a più voci Carmine Abate, con questo nuovo romanzo, che segue il successo ottenuto con La moto di Scanderbeg , si consacra scrittore di razza e trova giusto riconoscimento alla sua capacità di raccontare con un linguaggio ricco di colore e di suoni, di accento fortemente mediterraneo".
Domenico Nunnari, Gazzetta del Sud

" Tra due mari è un romanzo molto compatto e avvincente: la tensione narrativa non viene mai meno e le sue pagine quasi scivolano via, una dietro l'altra, conquistando il lettore che ha quasi fretta di arrivare alla fine e poi di ricominciare daccapo".
Giuseppe Muraca, Ora Locale

"Le interruzioni secche e le riprese altrettanto determinate imprimono un andamento tensivo a questo libro intimistico e spettacolare. Abate pratica con successo la strategia dello spiazzamento, sposta in un vortice di eventi i personaggi:
trattenuti appena da un'intensa sillabazione di sentimenti scorrono quadri di limpida bellezza, dove il racconto delle persone è racconto di immagini, luci, nuances".
Giuseppe Amoroso, Gazzetta del Sud

"Il romanzo più felice, arioso, composito di Abate. Tra due mari è così pieno di sorprese, di svolte narrative impreviste eppure ben calibrate in uno studiatissimo gioco di equilibri".
Giuseppe Traina, Stilos, La Sicilia

"E' impossibile riassumere il susseguirsi di alterne vicende, dosate con sapienza narrativa, di questo che è il libro più maturo di Abate, anche dal punto di vista stilistico. E' una lingua ricca; dalla pagina nascono gli odori, i sapori, l'afa della Calabria".
Guido Conti, Italia Oggi

"Un'avvincente storia che sta tra due culture, l'italiana e la tedesca, incarnate nella figura del giovane protagonista Florian. Sono i suoi occhi curiosi e inquieti a scoprire luoghi, eventi, segreti che costituiscono il fitto intreccio della narrazione. E' una storia viva e in movimento quella che esce dalle pagine del libro; tra difficoltà e aspirazioni, delusioni e sorprese dentro il paesaggio del Fondaco del Fico, luogo mitico e realissimo, che fa da sfondo a tutta la narrazione".
Piera Maculotti, Brescia Oggi

"Abate è bravissimo a intrecciare le vicende dei diversi personaggi, i loro destini incrociati e i loro legami indissolubili, svelandone i diversi tasselli secondo un ordine non cronologico che dà luogo a una struttura romanzesca affascinante e ricca di sorprese. Il sovrapporsi dei diversi piani spazio-temporali in una narrazione che a tratti assume i toni della leggenda, produce specie nella prima parte un affascinate andamento a spirale che, svelando la realtà per tocchi progressivi, conquista immediatamente il lettore. Così, tra passato e presente, tra legami familiari e problemi d'identità, il bel romanzo di Abate si legge con vero piacere".
Fabio Gambaro, Kataweb

"Carmine Abate è uno scrittore italiano euro-mediterraneo. Scrive dentro la competenza e l'espressività elastiche e fruttifere di diverse lingue-madri. Nel corso degli anni 90 si è imposto - da Il ballo tondo (Marietti, ora Fazi) a Il muro dei muri (Argo) a La moto di Scanderbeg (Fazi), tradotti in diverse lingue d'Europa, più alcuni libri di poesie - come il nostro maggiore narratore della migranza (Meneghello scrive un'altra storia). E i suoi personaggi disegnano quella specie di saggezza rotonda di donne e uomini che si spostano, si avventurano e si propongono mete, e che così ricamano il proprio destino. E incantano i lettori. Forse in ciò consiste la mediterraneità che questo amabile scrittore fa splendere dentro l'intrico dei cammini verticali nel nostro continente".
Armando Gnisci, Carta

"Questo nuovo romanzo è, a nostro parere, l'espressione più matura della narrativa di Abate. Districa con grande abilità i fili di un intreccio sempre più ricco di snodi e di personaggi. Memorabile la figura del fotografo tedesco Hans Heumann che avrà un ruolo decisivo nella riedificazione del Fondaco del Fico e che con il suo obiettivo ha immortalato i paesaggi arcaici della Calabria. Notevole anche l'equilibrio strutturale del romanzo che ruota attorno al tema principale del viaggio".
Guido Caserza, L'Unione Sarda

"Con l'ultimo libro colpisce per la bellezza dell'ispirazione e l'originalità dello sguardo. E' una saga familiare, un romanzo intenso, ricco di vita e fisicità: suoni, odori, luci che escono dalle parole e prendono forma, prepotenti. Una scrittura leggera che affascina quella di Abate, quasi senza accorgersene, un racconto in cui le cose vengono dette tra l'urgenza di comunicare e il bisogno di silenzi".
Silvia Ugolotti, La Gazzetta di Parma

"La prima osservazione che mi sento di fare dinanzi al nuovo romanzo di Carmine Abate Tra due mari è che si tratta ancora e sorprendentemente di un libro straordinario. Chiudi il libro e ti restano dentro, indelebili, i suoi colori, i suoi sapori, i suoi odori, forti come le passioni, come le lotte, come le delusioni, come le speranze di chi in quella terra abita e vive. Eccole dunque, in sintesi, le ragioni della piena riuscita di Tra due mari :
ingredienti che fanno davvero romanzo (un intreccio ricco e vario, una fabula costellata di azzeccati andirivieni, personaggi di grande spessore, luoghi còlti nella loro essenza profonda) giocati con una sapienza compositiva di prim´ordine. E su tutti quello che tutti li nutre, li armonizza e li esalta: il linguaggio.Quanta bella freschezza, quanta vitalità emanano le pagine di questo libro! Se ne viene subito catturati e altrettanto presto si riscopre che l´arte affabulatoria di Abate ha la sua fonte primaria proprio nel linguaggio. Un linguaggio pieno di energia, di estro, di movimento da cui germoglia una scrittura che sa essere ora evocativa, ora ironica, ora analitica, ora cantabile, senza mai un cedimento, senza mai una zeppa, senza mai una caduta.
Con questo romanzo Carmine Abate conferma gli alti risultati già raggiunti e si accredita come uno degli scrittori più originali e completi dell´attuale panorama letterario italiano".
Giuseppe Colangelo, l'Adige


Le recensioni si possono leggere su www.celeste.it/abate/index.htm



Hanno detto de Il ballo tondo :

"Un intenso romanzo di formazione, con una ricca gamma di personaggi bizzarri e corposi".
Giuseppe Bonura, Letture

"Tra cronaca sociale e memoria culturale, il romanzo di Abate rivete un'importanza primaria in un contesto dove sempre più le minoranze etniche e linguistiche dovranno divenire un metro di confronto narrativo".
Sergio Pent, L'Indice

 
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