Il ’68 degli agenti letterari

 

di Stefano Tettamanti

«Perché scelse il mestiere dell’agente letterario?»

«Perché sono un puritano. Odio l’ingiustizia, i soprusi. E credo che l’autore sia vittima dell’editore. Il mio scopo è difenderne gli interessi».

Così Erich Linder, il 14 novembre 1968, in un’intervista alla “Fiera letteraria”, storica rivista di lettere, scienze e arti (allora diretta da Manlio Cancogni), preceduta da questo cappello introduttivo: “L’agente letterario è un personaggio nuovo in Italia. Chi lo ritiene inutile; chi gli attribuisce grandi poteri. Gli scrittori che vi ricorrono sono sempre più numerosi. Erich Linder, direttore dell’agenzia ALI, vive a Milano dal 1934. È di origine austriaca. Iniziò la sua attività dopo la seconda guerra mondiale”.

Più avanti nell’intervista (bellissima, ripubblicata nel 2003 dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, in Erich Linder. Autori, editori, librai, lettori a cura di Martino Marazzi), rincara la dose: «(…) lo scrittore in Italia è sfruttato, strumentalizzato, dall’editore. (…) oggettivamente i contratti che legano lo scrittore all’editore sono tutti a vantaggio del secondo, vessatori».

Certo, era il ’68 e Linder sentiva l’aria del tempo. E certo, in cinquant’anni tanta acqua è passata sotto i ponti e i rapporti fra editori e autori sono cambiati. Ma ingiustizie, soprusi e vessazioni continuano a esistere. Chiunque faccia oggi il mestiere di Erich Linder dovrebbe avere sempre presente il suo unico compito: difendere gli interessi degli autori.

Pubblicato il 19/09/2018
 
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