Un certo Ramondès

Alberto Vigevani
 

Siamo nel 1940. Un giorno di marzo, a poche settimane dall’entrata in guerra dell’Italia, un certo Ramondès arriva a Milano da Parigi. Mediocre, velleitario letterato, Ramondès è stato inviato dai servizi segreti francesi, che gli hanno affidato la missione «d’informare i superiori sulle mire o le speranze degli intellettuali», e «soprattutto sulla consistenza dell’opposizione» al fascismo rilevabile nella città lombarda, considerata la capitale culturale italiana.

Una missione che tuttavia comincia all’insegna dell’equivoco, e prende subito la piega del grottesco: perché se Ramondès viene accolto con tutti gli onori dai più raffinati ambienti intellettuali, tanto compiaciuti quanto esterofili, è solo perché viene scambiato per il celebre, e quasi omonimo, Ramón Ramondez, massimo studioso di Proust d’Oltralpe.

Da questo avvio folgorante prende le mosse un romanzo pirotecnico, rapinoso, esilarante nella caustica satira del fascismo, dell’antifascismo di maniera, dell’ermetismo e degli accademici in feluca, della Chiesa, dei giornalisti di regime ma non troppo, dell’Italia e della sua eterna mancanza di serietà. Un romanzo, inoltre, «a chiave», giacché nei suoi personaggi è possibile individuare alcuni dei maggiori protagonisti della cultura milanese alla vigilia della guerra.

Una storia dove tutto è impostura e simulazione all’interno di una classe intellettuale fatua, senza coraggio e senza idee, una storia raccontata con una scrittura superba, potente, che unisce una lingua tra Dossi e Gadda a una sinuosa tessitura à la Proust, in un libro che, a sessant’anni di distanza dalla sua comparsa, non ha perso nulla della sua carica dirompente.

In libreria dal 22/05/2026
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